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Green Book, il pregiudizio in balìa del potere trasformativo dell'amicizia

La ricerca di una casa, di una famiglia dove poter essere accettati per far germogliare il seme della nostra identità.

Green Book, miglior film ai premi oscar 2019, affronta il tema del pregiudizio, razziale ma non solo, attraverso uno stile che coniuga sapientemente dramma e commedia, ispirandosi liberamente alla vera amicizia tra il pianista Don Shirley ed il suo autista Tony Vallelonga. Dr Shirley (Mahershala Ali) vive un’esperienza drammatica, uno smarrimento identitario che sembra non lasciare scampo: risulta troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri. Vive al piano superiore della Carnegie Hall, tra cimeli e amuleti di valore, è un pianista colto, raffinato, elegante, adora la musica classica ma, a causa del colore della pelle, deve ripiegare su quella popolare. Tony (Viggo Mortensen) è il tradizionale italoamericano rozzo e grossolano che lavora come buttafuori nei night, membro di una famiglia allargata con frequentazioni ristrette a parenti coinvolti in loschi affari.

L’estrazione sociale ed il livello culturale dei due personaggi non coincide con le attese legate al colore della loro pelle, creando un effetto di straniamento nello spettatore che rende palpabile la forza di quello stereotipo: il bianco colto ed il nero ignorante, il primo che domina ed il secondo sottomesso. Nel corso del viaggio Tony rimprovererà a Dr Shirley di non appartenere alla sua gente, di essere più bianco di lui e di ignorare la vera vita della comunità afroamericana, i suoi suoni, la voce di Aretha Franklin ed il sound di Chuck Berry: è Tony il ‘vero’ nero e Dr. Shirley è il ‘vero’ bianco. Ma il criterio di verità è solo una misura relativa al principio che si sceglie per ordinare la propria visione del mondo, alla quale si cerca di conformare l’esperienza.

Conformarsi alle attese nell'illusione di essere accettati

L’accesso agognato alla comunità aristocratica colta, bianca, che accoglie Dr. Shirley nelle case, gli è concesso solo provvisoriamente: l’illusione dura il tempo di un applauso. Il pubblico lo apprezza ma esclusivamente nel suo ruolo di artista su di un palcoscenico dove si presta al loro servizio, segnando il confine fermo tra lo show e la vita reale. Questa condizione ricorda da vicino il successo del Cotton Club di New York, jazz club per soli bianchi dove si esibivano soli neri.

Dr. Shirley rigetta lo stereotipo di chi lo vuole relegato nei night e nelle piantagioni di cotone ma accetta un compromesso assai pericoloso, cerca di identificarsi con lo stereotipo del dominante. La lotta di Dr Shirley sembra ricalcare il conflitto drammatico di chi costruisce un falso Sé pur di assicurarsi l’apprezzamento da parte delle figure desiderate. Vittima di una sorta di razzismo interiorizzato, si ritrova a scagliare la sua ostilità proprio verso gli afroamericani visti secondo gli scchemi del bianco.

Un'esperienza di amore incondizionato nella quale poter rinascere

Soltanto a Birmingham, accompagnato da Tony in uno sconquassato locale nero, riuscirà a rifiutare quella ricerca costante di approvazione da parte di chi lo rifiuta nella sua umanità. Invitato ad accomodarsi al pianoforte, potrà finalmente concedersi di suonare Chopin, lì ad un piano scordato, percosso e calpestato, per una platea di soli neri. La vera nascita di Dr Shirley avviene in quell’istante, con un battesimo nel quale viene accolto dalla comunità afroamericana, riconosciuto e accettato, nonostante vesta abiti bianchi, nonostante suoni Chopin, potendo anche sciogliersi in un blues da condividere con quei ‘fratelli’ appena conosciuti.

Lo spazio di accettazione non giudicante lo trova proprio nell’ambiente dal quale voleva fuggire, dove riesce finalmente a porre in armonia l’affermazione di sé con il bisogno di appartenenza ad un gruppo sociale. Solo lì dove veniamo visti, dove facciamo esperienza di un riconoscimento incondizionato possiamo diventare persone. Dr. Schirley e Tony si sono scambiati pezzi di mondo: il primo scopre il gusto del pollo fritto, il secondo assapora il piacere della bella scrittura; ciascuno è divenuto straniero al proprio sguardo, guidati dalla curiosità, permettendo a quello sguardo di ampliarne i confini per ri-conoscersi. L’incontro con l’altro è sempre ed ancora l’unica possibile via per la conoscenza, anche di se stessi, e la conoscenza è sempre ed ancora l’unica possibile condizione per la vita.

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