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Il fascino della divisa

Un viaggio da Minneapolis a Piacenza, passando da Genova per Abu Ghraib...

Cos'è che avvicina Minneapolis a Piacenza? Quel tristemente famoso ginocchio piegato da cui è partita l'ondata planetaria del movimento 'black lives matter' ci ricorda che in quell'occasione la nostra attenzione si è giustamente focalizzata sulla vittima, tant'è vero che immediatamente ricordiamo il nome George Floyd e con difficoltà risaliamo a quello dell'agente responsabile della sua morte.
Nella caserma di Piacenza, sin dal 2017, si sono consumati atti illeciti che includono torture e pestaggi su detenuti oltre alla gestione piramidale di un sistema di spaccio insospettabile.
Mentre scrivo affiorano alla mente i racconti drammatici di chi ha vissuto gli orrori nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 di Genova o ancora le immagini bestiali della prigione di Abu Ghraib, con i soprusi a danno dei detenuti iracheni in primo piano, prima dei selfie ma già col desiderio prepotente di ostentare supremazia e dominio davanti all'obbiettivo.

Se occuparsi dei singoli nasconde un fenomeno collettivo

Spostando l'attenzione dalle vittime ai colpevoli, mettendo da parte gli eventuali moventi, resta un nodo centrale che accomuna tutte queste vicende: la violenza perpetrata da uomini in divisa.
Leggendo mi ha colpito la frase pronunciata da uno dei carabinieri arrestati "non pensavamo di arrivare a tanto", una dichiarazione mostruosamente simile alle parole pronunciate da alcuni partecipanti allo studio di Philip Zimbardo noto come "l'esperimento della prigione di Stanford", un vero pilastro della psicologia sociale.

L'esperimento prevedeva la divisione casuale dei 24 volontari in guardie e ladri, con un'immedesimazione piena nei ruoli per tutto il giorno, in un carcere ricostruito nell'università di Stanford. Sebbene l'esperimento avrebbe dovuto protrarsi per due settimane, dopo soli cinque giorni Zimbardo si ritrovò costretto a concluderlo. L'appartenenza categoriale, così chiaramente sancita a partire da simboli e ruoli, all'interno di una cornice di potere gerarchico irremovibile, è stata sufficiente a influenzare potentemente il comportamento e l'atteggiamento dei volontari (persone comuni, senza alcun disturbo pregresso) spingendoli ad agiti violenti.
La diffusione della responsabilità si collega ad un'attenuazione della consapevolezza dei propri atti, con un'identità di gruppo che prevarica e sopprime quella individuale.

Voler capire non vuol dire giustificare

Questo cosa comporta? In primo luogo vuol dire che non ha senso proclamare ACAB nè limitarsi ad ammonire i colpevoli ricordando che si tratta di 'casi singoli'. Quando, per ignoranza della complessità o per opportunismo politico, si parla di "mele marce" per chiudere frettolosamente la questione si sta dividendo in modo ipersemplicistico l'umanità in 'buoni e cattivi' (dimenticando la lezione di Hannah Arendt). La mela non nasce marcia e, qualora lo diventasse, prima di liberarsene sarebbe il caso di capire quali condizioni l'abbiano portata a marcire.
Quindi non ci si scaglia contro 'i cattivi' ma si combatte contro 'la cattiveria', senza cercarne le tracce in modo lombrosiano ma guardando ai fattori strutturali che contribuiscono a generarla. Ecco, la psicologia sociale mostra che l'effetto Lucifero può servirsi di molti di noi se posti in un sistema con certe condizioni.

Se si vorrà affrontare alla radice il problema del comportamento violento da parte di uomini in divisa, allora sarà imprescindibile considerare il potere delle variabili psicosociali che modulano quel comportamento, a patto di rinunciare al racconto fiabesco degli orchi e dei principi azzurri a favore di una storia in cui il protagonista può ritrovarsi ad indossare entrambi gli abiti a seconda della scenografia che gli costruiamo intorno. Nel 1895, Gustave Le Bon in "Psicologia delle folle" parlò della dissoluzione dell'Io nella massa, dove l'autocontrollo e la responsabilità vengono offuscate. Mussolini fu tra i primi estimatori di quell'opera, l'uso che fece di quella conoscenza è scritto nelle pagine più cupe della Storia. Abbiamo però l'occasione - se non il dovere - di recuperare quel sapere infondendogli un'intenzione opposta, lontana dalle volontà di dominio e desiderosa di tutelare il dominio della volontà.

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