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Il rientro di Silvia Romano e la prigionia degli stereotipi
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Lo smarrimento davanti a qualcosa di inaspettato spaventa perché mette in crisi i nostri schemi automatici di pensiero. Se tolleriamo l'incertezza, però, possiamo aprirci ad una nuova comprensione.

All’atterraggio di ieri a Ciampino, non appena è comparsa la sagoma di Silvia Romano, in molti hanno fatto esperienza dello smarrimento e del sospetto. Il sospetto verso il suo dolore, verso il riscatto, verso quegli abiti… di certo la vista di quegli abiti ha suscitato in molti diffidenza, se non persino sdegno. Ci si voleva sentire salvatori ma a condizione che il salvato fosse ben identificabile come 'uno di noi' ed alleato contro lo stesso nemico. Già, il nemico… Peccato che ciascuno scelga come nemico ciò che risulta incomprensibile al suo sguardo. C’è chi desidera dichiarare guerra all’Islam, chi al terrorismo e chi alla povertà e alla sofferenza. C’è chi nel migrante vede dolore e chi la 'pacchia', chi vede dei lavoratori da stabilizzare e chi delle macchine da impiegare per liberarsene subito dopo. Abbiamo difficoltà ad abitare lo smarrimento, al punto che spesso lo risolviamo spostandoci sulle posizione più estreme che sentiamo ferme e sicure. Ciascuno finisce col vedere ciò in cui crede.

 Rifiutare certezze preconfezionate per coltivare la sospensione del giudizio

Oppure possiamo riconoscere quella sospensione di ogni certezza accettando la sorpresa in quanto tale, senza risolverla, senza mobilitare sindromi di Stoccolma, serie tv, interpretazioni ideologiche soltanto per fuggire dal nostro turbamento dinanzi a qualcosa che non riusciamo a capire. Limitiamoci ad osservare che c’è una ragazza di ventiquattro anni, tenuta in ostaggio per diciotto mesi, che sorride ad un Paese profondamente turbato ancora in ostaggio dei suoi schemi di pensiero. Mi preoccupa conoscere quanto costi il nostro riscatto, non quello di Silvia Romano. Forse c’era troppa verità indigesta senza le edulcorazioni di uno studio televisivo, non c’è stata alcuna busta da aprire prima di riabbracciare i genitori, nessun videomessaggio, né luci artificiali o musiche strappalacrime: come unico sottofondo, soltanto il rumore assordante della realtà. Quel velo, oggi, indica solo che Aisha è rimasta profondamente libera pur essendo prigioniera, libera nella lucidità con la quale ha saputo distinguere il nemico, senza appiattirlo ad un credo. Ieri c’erano un Paese in festa, uno sbigottito, uno indignato, uno spaventato, uno sospettoso: ciascuno di noi scelga di quale essere cittadino.

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